Una volta per andare su Marte dovevi passare a Bagnoli

Il ricordo di una Città che regalava scienza e sapere ai napoletani. Oggi è un simbolo per ripartire

di Andrea Valente

Qualche anno fa, in una quarta elementare, una maestra portò tutti su Marte. Lo fece davvero, con serietà professionale, disponendo le seggiole in una lunga fila per tre, che sembrava l’interno di un razzo. Lo fece così bene che, al momento di allacciare le cinture per il decollo, un ragazzino cominciò a strillare, disperato:

“Non ho la cintura!” piangeva, ma fu sufficiente per lui tenersi forte alla sedia e sarebbe andato tutto bene. Infatti, una volta raggiunto lo spazio aperto, cominciammo a esplorare il nostro nuovo mondo, notando che tra un pianeta e l’altro la penna stilografica non scrive, perché l’inchiostro non esce. E il cuscino non serve, per dormire, perché la testa non cade. Non ti dico le espressioni attente e affascinate dei piccoli viaggiatori del futuro.

Ce ne sono, sparse qua e là, di maestre capaci di raccontarti le scienze e di fartele capire prima ancora di spiegare una formula. Una la incontrai quel giorno, mi si avvicinò e, sbirciando con soddisfazione l’entusiasmo gravitazionale che aveva indotto nei suoi alunni, sussurrò: «Presto o tardi li porto alla Città della Scienza».

Ecco, sarà più tardi che presto, temo, e probabilmente sarà la prossima quarta elementare che le capiterà tra i polpastrelli, quella che accompagnerà su Marte o a Bagnoli, poco importa, ma sarà.

Sta lì, avvolta nell’odore di fuoco bagnato, la Città della Scienza, cuore della Bagnoli d’acciaio e di ferro, e che Marte sia rosso e un po’ arrugginito pure lui, pare sia solo una coincidenza, ma non so. Sta lì con i piedi nell’acqua, dove i nonni di molti badavano all’altoforno e i nipoti di quegli stessi nonni fino a ieri seguivano un atomo e scoprivano la differenza tra la biosfera e una penna a sfera, sempre che una differenza ci sia, chi lo sa?

Sta lì, come una Ercolano del Duemila e che Ercolano non sia che a pochi passi da lì, non è detto sia un caso. Sta lì e di fronte c’è Nisida, che è un’isola e nessuno lo sa. E in cima all’isola c’è un carcere da quel dì e gli occhi dei ragazzi, che da lassù sbirciavano un luogo del futuro, e chissà se ci sarà un futuro anche per loro, bruciati dalla vita come le ceneri che sbirciano oggi laggiù.

C’è andato e ci tornerà, tra gli acciai e le scienze di Bagnoli, anche chi non viene da Marte, ma quasi. Umberto Guidoni, astronauta, sospira quando gli cito la Città della Scienza, poi s’illumina se gli chiedo di raccontarmi cosa c’era, fino a ieri. Ricorda l’atmosfera che solo i ragazzi e i bambini sono capaci di creare, lui che di atmosfere ne sa più di noi, e che quando gli adulti la incontrano e la respirano sono grossi ragazzi anche loro.

Racconta di quando partecipò al ricordo dell’avventuroso Apollo 13, e ci sarebbe voluta una Houston anche lì, lungo il mare, per risolvere il problema del fuoco. Da bambino qualcuno gli regalò un telescopio e da grande finì per volare nello spazio aperto. Vien da chiedersi cosa ne sarebbe stato, di lui, se avesse anche avuto una maestra come quella che ho conosciuto io o se fosse passato per via Coroglio, tra il Novantasei e l’altro ieri. Non diventeranno tutti astronauti, i duecentomila marmocchi che giocano con gli esperimenti, non c’è posto per tutti sulla Stazione Spaziale, ma la loro mente avrà una finestra in più, o un oblò.

Sospira anche Helene Stavro, quando le cito la Città della Scienza, poi sorride al ricordo dell’aria che si respirava in quegli anni Novanta, l’aria e l’atmosfera, che lungo il mare di Trieste la portò a inventare una casa editrice che la scienza la racconta e con la scienza ci gioca, mentre lungo il mare di Napoli l’archeologia industriale lasciava spazio allo spazio, alla chimica, alla fisica, alla biologia. La ricordo, Helene, spiegare che un suo libro aveva successo non se saziava di tutto, ma quando alla fine della lettura un ragazzo ne cominciava un altro con lo stesso entusiasmo, o si faceva regalare un telescopio, o accompagnare al planetario. O a Bagnoli, aggiungo io.

Sospira, il mio amico Alfredo, ingegnere napoletano assai, che alla Città della Scienza si sarebbe fatto condurre chissà quante volte, da bambino, ma allora non c’era e ha finito per andarci da adulto, per scoprire chissà quante cose che di sapere non sa. Sospira se gli chiedi che ne sarà, ma questo sì che lo sa: la Città andata a fuoco ha un cuore d’acciaio, che pulsa ancora, se lo ascolti, perché è di tutta la città, il cuore di quella Città. Di tutte le città, anche la mia.

È come la Fenice a Venezia e se si stratta di rinascere dalle ceneri, qui la cenere non manca. E la voglia di rinascere pure. Che sia un teatro o una città nel futuro cambia poco, anzi, il paragone stuzzica, e che tra i padiglioni per gli esperimenti ci fosse anche un teatro di sicuro non è un caso. Nisida è ancora nel mare, che ti sbircia in silenzio, e in mezzo all’acciaio la Città è ancora lì anche se, a guardarla in questi giorni, nessuno lo sa.

Tornerà come prima, più intrigante di prima e la maestra porterà la sua classe, in fila per tre. Questo è certo. Come è certo, Umberto, che prima o poi l’uomo metterà piede su Marte, forse uno di quella stessa quarta elementare… E se prima del decollo, con le cinture allacciate per bene, farà un salto a Bagnoli, chissà, presto o tardi, più presto che tardi, che non trovi una nuova Città.

*Scrittore, divulgatore, autore de lapecoranera

Questo testo di Andrea Valente è pubblicato su LINKiesta, che gentilmente ci ha concesso di ripubblicarlo sul nostro blog, per leggere il resto: http://www.linkiesta.it/bagnoli-citta-scienza#ixzz2MqT79FjK

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